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MODELLI DI INNOVAZIONE MODULARE

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Informatici, ingegneri, economisti e studiosi di management a confronto nella XIV Trento Summer School in Adaptive Economic Dynamics
di Enrico Zaninotto, con un articolo su INET di Francesco Anesi

Che cosa accomuna un impianto stereo, il calcolatore IBM 360 e una bicicletta? Questi tre prodotti sono esempi di progettazione (design) modulare: i singoli blocchi costitutivi sono relativamente indipendenti e si interfacciano reciprocamente adeguandosi a regole costruttive (standard, interfaccia) che permettono di comporre il prodotto finale con una certa libertà. In questo modo si può “costruire” l’impianto stereo che più piace, scegliendo i componenti anche di diversi produttori. Non solo: è anche possibile (purché si adeguino all’architettura modulare) aggiungere componenti che non erano stati neppure ideati nel momento in cui le altre parti dell’impianto erano state acquistate: è possibile, ad esempio, collegare un lettore MP3 all’amplificatore che era stato acquistato quando ancora si usavano i dischi in vinile.

La XIV edizione della Summer School in Adaptive Economic Dynamics, sponsorizzato oltre che dall’Università di Trento, dalla John S. Latsis Foundation e dall’Institute of New Economic Thinking (INET), è dedicata allo studio dei modelli di innovazione modulare. La scuola è diretta da Richard Langlois (University of Connecticut) e vede tra i relatori Carliss Y. Baldwin (Harvard Business School), Jason Woodard (School of Innovation Systems, Singapore Management University), Luigi Marengo (Istituto Superiore Sant’Anna di Pisa), Annabelle Gawer (Imperial College London Business School), Stefano Brusoni (Swiss Federal Institute of Technology Zürich, ETH) e Axel Leijonhufvud, professore emerito dell’Università di Trento. 

L’idea di design modulare trova le sue radici ideali nelle teorie dei sistemi complessi formulate da Herbert Simon, e nelle teorie sulla progettazione architettonica proposte quasi cinquanta anni fa da Christopher Alexander in Notes on the Synthesis of Form. Dal momento in cui, con il progetto IBM360, furono sistematicamente applicati metodi di design modulare, il tema si è proposto all’attenzione di studiosi di diverse discipline: l’informatica, l’ingegneria, l’organizzazione aziendale e l’economia. Gli studiosi di innovazione hanno cercato di capire quando sia possibile utilizzare modelli di design modulare, e come le organizzazioni possano farne un impiego migliore. Informatici e ingegneri hanno sviluppato metriche per misurare quanto sistemi complessi siano “decomponibili”, o come trasformare un progetto industriale o di software in modo da renderne le componenti quasi indipendenti. Con lo sviluppo dell’elettronica e della progettazione del software, quelle idee hanno trovato fertili terreni applicativi, e da lì il design modulare si sta rapidamente diffondendo a campi sempre più vasti. Prodotti e servizi la cui struttura è scomponibile in moduli permettono di ottenere vantaggi non indifferenti, non solo perché permettono di generare nuovi prodotti e servizi in modo combinatorio, ma anche perché consentono di specializzare le produzioni, ottenendo consistenti economie.

I cambiamenti nel design dei p