Un tram che si chiama desiderio, di Tennessee Williams, Compagnia diretta da Ant

DESIDERI DIABOLICI E SOLITUDINI DEVASTANTI

in
Per il ciclo Theatrum Philosophicum una riflessione su "Un tram che si chiama desiderio" di Tennessee Williams
di Giovanna Covi

Il 3 dicembre 1947, Broadway si dimostrò pronta ad accogliere A Streetcar Named Desire (Un tram che si chiama desiderio) di Tennessee Williams. Nel panorama di una programmazione fatta quasi esclusivamente di commedie musicali e revival di classici, il successo di un testo che parla dritto al cuore con toni lirici, che suona la corda della verità sociale del Paese e dei suoi risvolti psicologici non era scontato. Fu invece enorme: 855 repliche, i tre premi più importanti per la drammaturgia, e quindi, grazie anche alla versione cinematografica di Elia Kazan del 1951, l’avvio verso una popolarità in tutti i continenti che ancora non si smorza. L’interesse suscitato a Trento dalla interpretazione di Antonio Latella e inserito nel programma di Theatrum Philosophicum lo sta a dimostrare, e la bravura della compagnia certo merita attenzione così come la meritano le scelte nette di questa regia. 

È interessante comunque soffermarsi sul testo originale e provare a comprendere i motivi per cui il pubblico americano nel 1947 fu pronto per la messa in scena dell’innominabile: il desiderio sessuale di donne e uomini, libero da regole prefissate.

Gli Stati Uniti erano diventati la prima potenza mondiale, ma il ricordo della Seconda Guerra Mondiale e della Depressione era ancora vivo, unito alla crescente ansia per la bomba atomica; il maccartismo si stava instaurando. Certo il paese guardava avanti, e con fiducia, ma ancora ricordava bene il passato, la parentesi difficile degli anni Trenta e anche il fervore e le tensioni degli anni Venti. 

La poesia del cuore di Tennessee Williams negli anni Quaranta fonde la tragedia spirituale degli anni Venti, si pensa a Eugene O’Neill, con quella morale degli anni Trenta, viene in mente Lillian Hellman, per affrontare il proprio tempo con toni etici e morali, ma anche spirituali, con accento sociale ma anche personale, autobiografico e psicologico. Williams lavora con attenzione di poeta sulla parola per costruire quello che definisce teatro plastico, fatto di luci, musica e scena, ma soprattutto di lingua. Bene ha fatto Latella nella sua versione ad affidare le didascalie a un personaggio nuovo, non sviluppato nell’originale se non nell’ultima scena: il dottore. Il pubblico è immerso nelle parole (del dottore/narratore e di Blanche) e nella luce (abbagliato da numerosi spot) fin dall’inizio, una tecnica forse utilizzata con mano eccessiva per definire l’essenza del teatro di Williams. La Blanche di William vive in effetti di sole parole, nel testo di Latella ancora di più perché rivive il proprio passato nel racconto al suo psicanalista. Proprio definendo con il linguaggio i conflitti tra i personaggi, Williams riuscì brillantemente a liberare il teatro dai limiti del realismo assoluto; sul palcoscenico la realtà entra comunque precisa e forte allo scopo di accentuare e commentare la parola, alla quale non si sostituisce mai, perché è dal dramma del personaggio che si racconta che si evincono le costrizioni sociali, non viceversa. L’i