LET’S DO THE NET! FACCIAMO RETE!

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Al convegno "Net-2012" un'analisi interdisciplinare delle reti sociali, economiche e matematiche
di Stefano Benati

L’altro giorno discutevo con gli amici del carattere dei Trentini: sono davvero chiusi e asociali? Io e i miei amici siamo tutti arrivati in queste valli per lavoro e senza conoscere inizialmente nessuno, un po’ alla volta ci siamo incontrati e formato la nostra rete di conoscenze e amicizie. Quando analizziamo le nostre reti in modo statistico, scopriamo che in pratica non frequentiamo nessun trentino. Questa regolarità statistica è un problema sociologico interessante: in media, visto che i Trentini autoctoni sono la maggioranza, dovrebbero essere anche la maggior parte delle nostre frequentazioni. La spiegazione che ci diamo è questa: i Trentini per definizione hanno fatto le scuole a Trento, l’Università a Trento, lavorano a Trento, e non hanno mai avuto nella loro vita la necessità di aggiornare o modificare la loro rete sociale. Da cui una certa atrofizzazione dei loro rapporti sociali. Tutto il contrario di quello che capita a chi invece ha dovuto nella vita cambiare più volte città.

Questa spiegazione implica che se noi potessimo disegnare in forma di rete le connessioni tra gli abitanti del Trentino, troveremmo dei blocchi abbastanza distinti: da una parte i “nativi”, dall’altra i “foresti”. Ma poi scopriremmo anche qualcosa di più profondo. Per esempio scopriremmo che gli individui si frequentano per affinità di lavoro, educazione o tempo libero, scopriremmo i circoli che ruotano attorno all’economia, cioè le cooperative le casse rurali, o alla politica, cioè il giro degli amministratori e dei rappresentanti. E chissà, tanto altro che ancora non ipotizziamo neppure.

Prima del 1990, prima cioè dell’avvento dei PC, una simile analisi era concepibile sulla carta, ma impossibile da realizzare. Anche raccogliendo i dati di un solo sottoinsieme, per esempio le reti tra gli insegnanti del Trentino, i dati raggiungono facilmente le migliaia. Solo con le attuali tecnologie possiamo analizzare queste moli di dati per estrarre informazioni e spiegare il mutamento sociale. Per esempio oggi sappiamo che la società è composta da circoli tra loro fortemente connessi e caratterizzati dai cosiddetti legami forti: tutti si conoscono e frequentano reciprocamente. Ma questi circoli non sono isolati, alcuni individui ne frequentano più di uno, formando inconsapevolmente ponti tra mondi diversi. Sono i cosiddetti legami deboli, più instabili, ma che determinano la possibilità dell’apprendimento, dell’imitazione e dell’innovazione. Negli anni 70, il sociologo Mark Granovetter fu il primo ad accorgersi della forza di questi legami deboli (“the strength of weak ties”), osservando come gli individui riuscivano a trovare un lavoro. Non erano i conoscenti più stretti a fornire le indicazioni importanti, anzi. L’opportunità di lavoro era conosciuta grazie agli individui che fungevano da ponte tra circoli diversi, grazie appunto all’informazione che circola attraverso i legami deboli.

Immaginate questa analisi contestualizzata nel dibattito scientifico, in parte ideologico, dei nostri anni. Come conciliare il meccanismo dei legami deboli con una teoria del libero mercato del lavoro, dove quello che importa è il contributo marginale alla produttività? E allargando l’analisi: che ruolo hanno questi legami per determinare il successo di una rivoluzione, in opposizione al ciclo economico o all’ascesa di classi sociali, e così via? La scienza delle reti è quindi uno strumento nuovo di analisi, che permette un punto di vista complementare o alternativo alle teorie consolidate. Il