Il sociologo Esping-Andersen parla al Festival dell’Economia 2012

RIEQUILIBRIO DEI RUOLI DI GENERE E STABILITÀ DELLA FAMIGLIA

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L'intervento del sociologo Gøsta Esping-Andersen sulla rivoluzione sociale in atto
di Cristiano Zanetti

Il riequilibrio dei ruoli di genere, una rivoluzione femminile che include un apporto più cooperativo della parte maschile, è la chiave di volta della sopravvivenza e addirittura di una nuova prosperità dell’istituzione famiglia

Gøsta Esping-Andersen è un sociologo danese docente all’università Fabra di Barcellona e, come chi sa coniugare intelligentemente provocazione e soluzione, con i modi civili di un signore inizia la sua conferenza senza servirsi dell’interprete con una frase ad effetto “se non volete sopportare il mio non troppo buono italiano credo che dovrete subire il danese”. Come non seguirlo?! Anche perché il suo italiano è in realtà praticamente perfetto e i suoi concetti sono umani, coesi, profondi. Nel suo modo di ragionare è assente qualsiasi modalità che potrebbe far pensare anche lontanamente alla fretta o, tanto peggio, alla violenza; eppure le idee che via via vengono presentate alla platea che riempie al completo il primo giugno in mattinata la sala del Consorzio dei Comuni per il Festival dell’Economia 2012, hanno molte valenze rivoluzionarie. 

L’analisi di Esping-Andersen parte dalla constatazione che in occidente prevale una teoria secondo la quale la società postmoderna,  basata sull’individualismo spinto dei ruoli e degli obiettivi, ha indebolito e infine distruggerà la famiglia come nucleo di coesione sociale. Secondo tale teoria l’autorealizzazione individuale sarebbe in perfetta contrapposizione con l’empatia:  tra le due non vi sarebbe possibilità di coesistenza. I dati sembrano dare ragione ai profeti di sventura perché le osservazioni empiriche mostrano in molti paesi una sempre più accentuata diminuzione della fertilità, una durata sempre minore dei matrimoni e per converso un aumento dei divorzi in un quadro di instabilità sociale sempre maggiore. 

Esping-Andersen – nel fronteggiare quello che sembra uno scenario senza scampo per la sopravvivenza della famiglia - ricostruisce dal basso e con modi pacati un nuovo tipo di ragionamento, che suffragherà in seguito con dati oggettivi derivanti dalla ricerca sociale: accompagna esempi concreti di diversi tipi di società (Spagna, Italia, Germania, Paesi Scandinavi, Stati Uniti) con considerazioni  che hanno come elemento centrale l’essere umano. Una tra tutte: come può una donna (spagnola, italiana, tedesca ma anche nordamericana o inglese di livello sociale medio o basso) pensare di fare figli quando il welfare non le permette di coniugare lavoro e procreazione e il compagno non è culturalmente pronto ad assumersi dei ruoli di supporto alla fatica finora solo femminile di accudirli? Ma ancora di più: come può un compagno  - anche ben intenzionato - aiutare in famiglia se la forte concorrenzialità del lavoro gli toglie il tempo persino per vedere i figli? Esping-Andersen cita i mariti spagnoli che normalmente tornano a casa dopo le otto serali, quando i figli piccoli sono già a letto. 

Possiamo agire efficacemente tramite mezzi strettamente politici di stimolo sociale per sanare questo genere di situazione? Secondo Esping-Andersen possiamo anche farlo ma in realtà le rivoluzioni sociali arrivano di solito prima degli interventi di politica sociale dei governi. E di quale tipo di rivoluzione stiamo parlando? Principalmente di una rivoluzione culturale all’interno della coppia, rivoluzione che comunque sta già avvenendo nei paesi scandinavi complice certamente un miglior welfare. I maschi danesi e svedesi hanno un indice di partecipazione del 43% ai lavori domestici “e non si tratta di cucinare alla francese“ chiosa “ma di fare veramente i lavori impegnativi in casa” (gli italiani si fermano al 20% con forti differenze tra nord e sud) e ciò ha determinato una maggiore disponibilità delle donne scandinave a procreare, i maschi scandinavi accettano inoltre più facilmente lavori part-time e con ciò si rendono disponibili a svolgere mansioni familiari quando la compagna lavorando a tempo pieno ha magari una buona retribuzione. Quando la donna scandinava può esprimere, se le ha, delle qualità anche superiori a quelle del compagno, il marito scandinavo gliele lascia esprimere. La famiglia nei paesi scandinavi sta riprendendo stabilità e l’unione durata. 

Nella platea quasi esclusivamente femminile in sala, come risulterà evidente dalle domande che saranno poste alla fine, sorge il dubbio che l’esempio non sia applicabile all’Italia dove il welfare, quando funziona, è comunque costoso. La risposta di Esping-Andersen è che la qualità del welfare conta ma che in ogni paese esistono delle avanguardie sociali che sono anche avanguardie culturali, che tali “unioni-avanguardia” sono caratterizzate da un livello alto di scolarità e che tendono ad adottare atteggiamenti più cooperativi perché li riconoscono concretamente più vantaggiosi non solo a livello di coppia ma anche a livello individuale. L’importante è soprattutto che all’interno della società non vi sia polarizzazione (cioè mancata osmosi) tra questi casi più fortunati e gli altri. 

Tale polarizzazione (che grossolanamente potremmo dire divisione netta e stabile tra ricchi e poveri) è più accentuata ed anzi assunta come elemento normale ed accettato di vita sociale nei paesi liberisti (