CSEAR 2012

LA RENDICONTAZIONE SOCIALE E AMBIENTALE: ORIGINI, MOTIVAZIONI E TREND ATTUALI

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Riflessioni sul ruolo del social and environmental accounting alla luce del IV convegno CSEAR
di Ericka Costa

Sostenibilità, bilancio sociale, bilancio sostenibile, bilancio integrato…sono solo alcune delle parole che sempre più spesso sentiamo nominare nella vita di tutti i giorni e che in alcune circostanze riempiono le pagine dei giornali. Molto spesso tutti questi termini sono inoltre utilizzati in maniera impropria nel senso che si cerca di “etichettare” come bilancio sociale qualcosa che si allontana molto da questo concetto. 

Il bilancio sociale (o bilancio di sostenibilità che dir si voglia) trova fondamento scientifico in un libro pubblicato da Rob Gray, Dave Owen e Carol Adams nel 1996 intitolato “Accounting and accountability: changes and challenges in corporate social and environmental reporting” nel quale gli autori evidenziano come il Corporate Social Reporting possa essere considerato il processo attraverso il quale vengono resi noti (to give an account) agli stakeholder e alla società in generale gli effetti sociali e ambientali dell’attività economica di un’organizzazione. In altre parole, gli autori riconoscono in capo alle aziende una responsabilità più ampia rispetto alla tradizionale rendicontazione di tipo economico principalmente rivolta agli azionisti, in quanto pongono in capo all’organizzazione un dovere (morale) di rendere conto a tutta la società dell’impatto economico, sociale ed ambientale dell’azienda stessa. 

Il contributo di questi autori ha creato un vero e proprio paradigma negli studi di accounting, in quanto a partire da quegli anni si sono messi in discussione i tradizionali modelli economico-finanziari troppo basati sulla massimizzazione del profitto (spesso di breve periodo) e non orientati ad una più ampia valutazione dell’impatto sostenibile di lungo periodo delle aziende stesse.

Nonostante all’inizio la posizione dei “social accounter” era considerata critica o radicale in quanto metteva in discussione i tradizionali approcci teorici e metodologici del financial accounting, la crescita esponenziale degli articoli su queste tematiche intorno agli anni Novanta collegata all’interesse dimostrato dai governi locali, dai professionisti e dalle aziende ha facilitato l’espandersi di questa disciplina che oggigiorno è oggetto di studio da sempre più ricercatori e docenti in tutto il mondo. Inoltre, come dimostrano recenti studi condotti da KMPG (2011) il bilancio sociale è diffuso tra il 95% delle 250 aziende più grandi a livello mondiali (G250) Tale tendenza è maggiormente concentrata in Europa, in quanto più dei due terzi delle aziende che non hanno un bilancio sociale si trova negli Stati Uniti.

Nonostante il diffondersi di questi strumenti, la completezza e la qualità degli stessi rimane spesso scarsa. Frequentemente, infatti, i bilanci sociali sono utilizzati come mero strumento di comunicazione istituzionale invece che come documento di effettiva misurazione e rendicontazione dell’impatto delle attività di un’organizzazione sulla società esterna. Per tali ragioni inoltre, si fatica spesso a riconoscere la scientificità e la completezza di questi strumenti di rendicontazione in quanto si crede che non siano necessarie precise skills. Se però riconosciamo le specificità e le competenze necessarie per l’implementazione del tradizionale bilancio economico-finanziario è necessario riconoscere le stesse peculiarità e professionalità per la redazione del bilancio d’esercizio. Non ci si improvvisa  “social accounter”, in quanto si rischierebbe di cadere nella semplificazione e spesso nell’autoreferenzialità.

Diversi, quindi, possono essere tra loro i bilanci sociali, sia nella forma che nella sostanza e altrettanto diverse possono essere le motivazioni che spingono le aziende a rendicontare su queste problematiche. In letteratura sono state riscontrate quattro principali motivazioni: 

  1. Presenza di una legislazione. Le aziende rendicontano sull’impatto sociale e ambientale delle proprie attività perché la legge lo impone loro. In Italia non abbiamo una legge che chiede alle aziende un’esplicita rendicontazione sulle problematiche sociali e ambientali, anche se ci sono alcune eccezioni per le imprese sociali (legge 118/2005 e D.lgs 155/2006) e per i bilanci annuali e consolidati di alcune società (D.lgs 32/2007).
  2. Pressioni esterne da parte degli stakeholder. Quando le aziende in qualche modo cercano di legittimarsi nei confronti degli stakeholder perché avvertono una divergenza tra la percezione che gli interlocutori hanno dell’operato dell’organizzazione e la percezione che l’azienda vorrebbe che gli interlocutori avessero.
  3. Opportunità economiche. Le aziende possono inoltre decidere di redigere un bilancio sociale perché, in maniera strategica, ritengono che questo possa avere un ritorno economico di breve o lungo periodo. Se infatti il bilancio sociale viene percepito come uno strumento di “promozione” o “comunicazione istituzionale” questo potrebbe avere un ritorno in termini non solo di immagine ma anche di profitti futuri.
  4. Esigenze Morali. Infine le organizzazioni possono redigere un bilancio sociale perché ritengono che sia giusto farlo, perché credono di dover essere trasparenti (accountable) nei confronti di tutti i loro stakeholder.

Non è possibile, però, dire che esiste una sola motivazione che spinge le aziende a redigere il bil