IN RICORDO DI FERDINANDO TARGETTI

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La passione per l'economia e la politica di un intellettuale rigoroso e il suo contributo allo sviluppo dell'ateneo

Domenica 10 luglio è scomparso Ferdinando Targetti, professore di Politica economica presso la Facoltà e il Dipartimento di Economia e primo direttore della Scuola di Studi internazionali del nostro ateneo. Una grande perdita per l’università, il Trentino e l’Italia tutta, come sentitamente riconosciuto dal rettore, dal presidente della Provincia e dal presidente della Repubblica. Una perdita per noi colleghi in Facoltà e alla Scuola, che vogliamo ricordarlo economista brillante, studioso rigoroso, intellettuale impegnato nella politica.
Ferdinando Targetti studiò e si laureò presso la Bocconi, in anni in cui c’erano molte speranze nella possibilità di cambiamento della società e grandi aspettative sul ruolo che lo studio dell’economia politica avrebbe potuto svolgere in questo processo. Dopo un breve periodo a Londra, Ferdinando decise di continuare i suoi studi a Cambridge, al Pembroke College, dove insegnavano molti dei più importante economisti dell’epoca. Tra questi, Nicholas Kaldor fu quello che più influenzò Ferdinando: a Kaldor e alla sua opera egli dedicò anni di lavoro cui seguì un importante libro (“Nicholas Kaldor: economia e politica di un capitalismo in mutamento”, 1989, Il Mulino, Bologna, insignito del premio Saint Vincent come migliore libro di economia dell’anno, pubblicato in versione inglese anche per i tipi di Oxford University Press: “Nicholas Kaldor The Economics and Politics of Capitalism as a Dynamic System”, 1992). A Cambridge Ferdinando imparò ad affrontare i problemi economici concreti con occhi liberi da pregiudizi, attraverso le teorie economiche, studiate in profondità per capirne i pregi e i limiti. Lì imparò a coniugare passione civile e rigore intellettuale.

Nel 1974 Ferdinando iniziò a insegnare presso la Facoltà di Economia all’Università di Trento, dove ebbe una rapida carriera, divenendo professore ordinario nel 1984. Oltre a Trento, assunse negli anni incarichi didattici presso l’Università Bocconi di Milano (1971-1990), l’Università di Brescia (1982-1984), la New York University (1984), l’Università di Parigi XIII (1991-1993) e il Libero Istituto Universitario di Castellanza (1994-1996).
Nel periodo 1996-2001 andò in congedo per poter espletare il mandato parlamentare, essendo stato eletto nelle XII legislatura tra le file dei DS, nella coalizione dell’Ulivo. Fu membro della Commissione Finanze della Camera e della Commissione Bicamerale per le Riforme Fiscali (Commissione dei Trenta) e si distinse come relatore di numerosi di provvedimenti legislativi. La partecipazione alla Camera rappresentò per Ferdinando il punto più alto di una lunga militanza politica, caratterizzata tanto dal forte attaccamento ai circoli di base della sua amata Milano, quanto da un costante lavoro a stretto contatto con le figure di maggior spicco sulla scena europea, come Romano Prodi e Giuliano Amato.
Il ritorno a Trento nel 2001, al termine della legislatura che vide l’ingresso dell’Italia nell’Unione monetaria europea, coincise con nuove importanti iniziative. Ferdinando divenne il primo direttore della Scuola di Studi internazionali, alla cui ideazione e nascita aveva direttamente contribuito. La creazione della prima Graduate School di studi internazionali in Italia fu un’impresa che lo coinvolse profondamente.

Frutto di un originale e innovativo accordo tra quattro Facoltà dell’ateneo (Economia, Giurisprudenza, Lettere e Sociologia), finanziato nell’ambito dell’accordo di programma con la Provincia di Trento, la Scuola era una struttura tutta da inventare, ma con un obiettivo chiaro: promuovere le attività di internazionalizzazione dell’ateneo trentino e sviluppare didattica e riflessioni interdisciplinari, per cogliere le complesse sfaccettature dei processi di globalizzazione e integrazione europea. Ferdinando lavorò intensamente alla sua creazione, con un lavoro attento e paziente di mediazione che consentì la costruzione di un impianto organico, solido e condiviso della Scuola. Insieme ai membri del primo Direttivo della Scuola (Fabbrini, Politi/Nesi, Varanini), ai presidi delle Facoltà (Cambi, Diani, Zaninotto/Borzaga, Quaglioni/Toniatti) e ai docenti che scommisero su questa iniziativa (tra cui Antoniolli, Piattoni e Segnana, impegnate nell’elaborazione della prima offerta formativa della Scuola), partecipò attivamente allo sviluppo delle sue attività. Al termine della sua direzione, quando gli successe Sergio Fabbrini, che con lui aveva fin dall’inizio sostenuto la Scuola, Ferdinando rimase impegnato nella didattica della Scuola e attento alla promozione di questa sul panorama nazionale e internazionale. Il conferimento del titolo di professore onorario della Scuola al presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano nel 2008 deve molto agli sforzi e alla tenacia di Ferdinando. Anche nei momenti per lui più difficili  Ferdinando continuò a seguire con attenzione, spirito di collaborazione e affetto le attività della Scuola e le persone che vi lavoravano. Un affetto pienamente ricambiato in vita e manifestato sentitamente in occasione della sua scomparsa.

I temi dell’integrazione europea e della globalizzazione economica non furono solo quelli intorno ai quali si sviluppò l’attività della Scuola, ma spiccarono tra quelli di maggior interesse per Ferdinando. Era un europeista convinto: l'Europa era il suo orizzonte “naturale”, per formazione, cultura, visione del mondo e della vita. Ma era un europeista esigente, ossia non si limitava alla retorica della grande Europa unita, né allo strumentalismo di “usare” l'Europa come “vincolo esterno” per sanare i malanni italiani. Sia durante la sua esperienza parlamentare, sia successivamente, Ferdinando fu un instancabile promotore di riflessione e azione politica su questi temi.
Ricordiamo solo alcuni tra i molti contributi. Nel 1993, in “tempo reale”, organizzò nella nostra università un convegno internazionale dal titolo “L'Italia e l'Europa oltre Maastricht” (gli atti furono pubblicati a cura sua, con L. Bosco e R. Tamborini, Banca di Trento e Bolzano, Trento, 1994). Il messaggio era che se da un lato era indispensabile cogliere la grande opportunità del percorso di unificazione monetaria che prendeva allora avvio, dall'altro occorreva quanto prima superare i limiti dottrinari e di disegno istituzionale che avrebbero portato a un edificio con un solo pilastro tecnocratico, la BCE, con la vistosa assenza di quello politico-fiscale, un punto oggi riconosciuto da tutti gli studiosi più autorevoli. Nel 2003, di fronte al primo segnale di crisi istituzionale dell'Unione monetaria, ovvero l’impasse nell’applicazione delle procedure del Patto di stabilità e crescita nei confronti dei “grandi” Paesi dell’Unione, Ferdinando spinse per il superamento dell'approccio regole-sanzioni e suggerì un significativo trasferimento di competenze e risorse a un "Tesoro europeo". Contestualmente avanzò, tra i primi, una proposta di bond europei (cf. “Il Patto instabile”, con R. Tamborini, Il Mulino, 53, n.1, 2004, pp.111-121; "The crisis of the Stability Pact and a proposal", in P. Arestis et al. (eds.), Growth and Economic Development. Essays in Honour of  A.P. Thirwall,  Aldershot: Edward Elgar, 2006). Il fatto che entrambe queste proposte siano al centro del dibattito e del negoziato per la riforma della governance europea sta a testimoniare la lungimiranza della sua visione.

Nel 2010, pur affaticato dalla malattia, Ferdinando si spese per la realizzazione della conferenza internazionale “After Lisbon: where do we go from here?”, organizzata dalla Scuola di Studi internazionali in occasione dell’approvazione del Trattato di Lisbona. Il Trattato, per Ferdinando, non era che una tappa in un cammino più lungo che, attraverso revisioni delle norme, delle istituzioni e delle prassi, avrebbe dovuto condurre a una governance europea più incisiva, inclusiva e federale. Lucida e tenace, l’idea di un’”Europa incompiuta”, caratterizzava il suo essere europeista esigente. Nonostante fosse conscio della logica e dei tempi della politica, non recedeva dal compito intellettuale d'indicare alla politica, senza utopie ma con la forza della ragione, gli obiettivi da perseguire per il bene comune. Anche per questo aveva fortemente voluto che Giuliano Amato, ex vice presidente della Convenzione europea, partecipasse alla Conferenza del 2010 e invitasse tutti a spendersi perché l’Europa potesse ritrovare l’ambizione e il coraggio necessari a “compiersi”.
Negli anni più recenti, l’attenzione di Ferdinando si spostò verso le trasformazioni dell’economia e della società portate dall’accelerazione nel processo di globalizzazione economica. Un processo condizionato da forze di natura e segno diversi (innovazioni tecnologiche, rivoluzioni politiche, macro-regionalismi, riforme liberiste, evoluzione delle istituzioni internazionali), la cui evoluzione appariva a Ferdinando priva di una regia e di un governo all’altezza delle sfide da esso generate. Proprio l’esigenza di affrontare questi temi in una prospettiva economica di ampio respiro, spinse nel 2006 Ferdinando a intraprendere, insieme ad Andrea Fracasso, un lungo lavoro di analisi e scrittura di un testo sulla globalizzazione economica (“Le sfide della globalizzazione. Storia, politiche e istituzioni”, 2008, Francesco Brioschi Editore, Milano), premio Capalbio 2008 per il miglior saggio di economia dell’anno. Ferdinando non intendeva scrivere un pamphlet politico ma un testo economico: come in passato, il coraggio delle idee doveva andare insieme al rigore scientifico.
Pur al culmine di quella che veniva definita come l’epoca d’oro dell’economia globale, Ferdinando sentiva la necessità di affrontare anche gli aspetti più controversi della globalizzazione, tra cui disuguaglianza, povertà, propensione dei sistemi finanziari alle crisi, squilibri macroeconomici mondiali, concorrenza tra sistemi di welfare, tutela dell’ambiente, per evidenziare l’urgenza di una riforma della governance mondiale. Era sua convinzione profonda che le politiche pubbliche potessero contribuire in modo cruciale a coniugare gli effetti distributivi della globalizzazione e la sua capacità di creare sviluppo sostenibile, e ridurre la propensione della maggiore integrazione a creare e diffondere le crisi economiche e finanziarie. Purtroppo, nemmeno la gravissima crisi in cui il mondo è caduto è riuscita a portare i cambiamenti auspicati. La via indicata rimane così valida, oggi come allora.

Erano tante le ragioni per apprezzare Ferdinando e il tempo speso con lui: le idee, il rigore intellettuale, il “generoso senso delle istituzioni” (ricordato anche dal presidente della Repubblica), la pazienza, la tenacia e l'amore del buon vivere dimostrate ammirevolmente anche negli anni della malattia; la capacità di ascoltare e confrontarsi con tutti, l’affabilità, l’ironia e l’impeccabile stile. La sua figura mancherà a tutti noi.

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