DIRITTI UMANI E ALTA FORMAZIONE

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L’incontro con Cherie Blair e le nuove opportunità di collaborazione con la Asian University for Women
di Carla Locatelli

Un evento significativo come quello organizzato a Trento lo scorso 14 febbraio dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, rivolto alla cittadinanza e al mondo della scuola e che ha visto la partecipazione attiva dell’ateneo, merita alcune riflessioni.
La presenza di ospiti illustri, tra cui Cherie Blair, Kerry Kennedy, Kamal Ahmad e Barbara Serra, ha consentito di discutere, per un’intera giornata, con angolature diverse e in base agli interlocutori presenti, il legame tra “globalizzazione e diritti umani”.
La giornata si è articolata in diversi momenti di incontro, uno dei quali è stato ospitato dall’ateneo presso l’aula Kessler della Facoltà di Sociologia ed ha avuto come tema “Diritti umani e accesso all’alta formazione”.

Questa problematica è stata approfondita con Cherie Blair avvocato inglese specializzata nella difesa dei diritti umani (nonché moglie dell'ex primo ministro britannico Tony Blair) e con Kamal Ahmad, presidente della Asian University for Women; una particolare riflessione è stata dedicata alle discriminazioni di “genere” che ancor oggi penalizzano alcune categorie di persone e perpetuano indebite esclusioni, basate anche sulla classe sociale, sul credo religioso, sull’orientamento sessuale, e sulla definizione soggettiva “pre-scritta” da diverse culture.
Premesso che nessuna di queste discriminazioni agisce mai del tutto indipendentemente dalle altre, all’incontro in ateneo si sono messe a fuoco soprattutto problematiche di estromissione delle donne dalla formazione, non solo con la messa in evidenza di dati statistici che si commentano da sé (per esempio che 960 milioni di adulti nel mondo, di cui 2/3 donne, sono analfabeti), ma con un esempio positivo di promozione dei diritti umani e di accesso all’alta formazione, incarnato dall’esperienza della Asian University for Women (AUW), di Chittagong in Bangladesh.
A noi resta da chiedere, come è vocazione critica dell’Università, quali siano i valori che condividiamo e quali i problemi che percepiamo, cosa ci sembri che resti ancora da fare.

Il coinvolgimento dell’Università di Trento all’evento costituisce l’affermazione di quei principi etico-sociali che sono iscritti per definizione nella sua missione educativa e di ricerca: la giustizia, la pace, il rispetto reciproco, la fine delle discriminazioni, valori che qui vengono perseguiti e realizzati tramite la conoscenza.
Naturalmente, tutti questi ideali rimarrebbero solo un “pio desiderio” se non ci impegnassimo strenuamente a promuovere azioni concrete che li incarnino.
Anche Platone si pose il problema di come i sentimenti potessero esprimersi (ex-premere), essendo movimenti “interni” dell’animo umano. E il Mahatma Gandhi non lasciò ombra di dubbio nella potente sintesi del suo incoraggiamento: “dovete essere voi il cambiamento che desiderate vedere nel mondo”. Dunque dobbiamo mostrare e vedere quello che desideriamo, pensiamo, siamo, perché il nostro desiderio, il nostro pensiero, il nostro essere e il nostro divenire possano diventare una realtà condivisa, e condivisa nel mondo.

È l’internazionalizzazione stessa che ci convoca a migliorare sempre i dialoghi che abbiamo avviato, sia sul piano scientifico che sul piano relazionale. Aprire le orecchie e parlare al mondo che ascolta e parla, al mondo che - come noi - cambia, è il nostro modo di vivere l’università internazionalizzata.
Nel concreto, la celebrazione del 14 febbraio ci consente di allacciare un nuovo rapporto, con la AUW in Bangladesh, che si dedica alla formazione e alla realizzazione della leadership femminile. A partire dal 2008, anno in cui fu fondata, la AUW ha aperto le porte a studentesse di ben 12 paesi.
Nel mondo della globalizzazione i “diritti delle donne” possono essere formulati ed interpretati in molti modi e a diversi livelli: sociali, culturali, economici, politici. E potremmo chiederci se la questione riguarda anche noi, visto che l’accesso all’Università di Trento non conosce discriminazione di “genere”.

Ma è davvero importante preoccuparsi dell’accesso all’educazione superiore delle donne?
Credo che la saggezza di Virginia Woolf, espressa in “Three Guineas” (1938) un lungo saggio che riflette sul rapporto tra guerra e esistenza sociale delle donne, possa darci qualche spunto anche oggi. Per Virginia Woolf la possibilità di prevenire la guerra sta nel proteggere la cultura e la libertà intellettuale. Allo stesso tempo, ella sottolinea che: “quando finalmente , nel diciannovesimo secolo, [le donne] si conquistarono il diritto a un po’ di istruzione a pagamento, non trovarono una sola donna che avesse ricevuto abbastanza istruzione a pagamento da essere in grado di far loro da insegnante” (Virginia Woolf, “Le tre ghinee”, Feltrinelli, Milano, 1992, p. 120). Dunque l’università si deve porre il problema di formare donne-insegnanti, che siano in grado di istruire tutti, con riconosciuta autorevolezza.

E qui la domanda va focalizzata là dove Virginia Woolf se la pose e ce la pone: sulla struttura dell’università e sulla definizione dei saperi. Ella continua a chiedersi il se e il come la consapevolezza della differenza sessuale debba o non debba iscriversi nella pratica educativa e nella definizione della conoscenza. Illustri filosofi, per esempio Michel Foucault, hanno evidenziato come questa percezione sia una rivoluzione cognitiva necessaria, e come “la questione delle donne” sia la più pregnante nell’episteme novecentesca.

In ultima analisi, Woolf opponeva una resistenza lucida a che le donne fossero educate in base ai tracciati di un sapere patriarcale, seppure benevolo. Infatti, se l’università doveva essere definita e governata senza discriminazioni, avrebbe dovuto svilupparsi secondo linee di reciprocità e uguale partecipazione di entrambi i sessi; solo allora ci sarebbero stati i presupposti di un autentico dialogo tra uomini e donne, con benefici sociali per l’intera collettività. Avrebbe anche dovuto produrre un sapere “inclusivo” e dialogante, non dogmatico e ideologico.

Queste osservazioni sulle “discriminazioni di genere” potrebbero sembrare oggi poco rilevanti in un mondo in cui la forbice tra ricchi e poveri si sta allargando; un mondo in cui la povertà delle donne, anche se aumenta in misura maggiore di quanto non aumenti quella degli uomini, non risparmia nemmeno loro; in un mondo in cui nuove forme di militarizzazione e fondamentalismi in espansione stanno condizionando l’agenda della convivenza e dell’economia globale.
Tuttavia, credo sia importante ricordare che alcune forme di globalizzazione hanno consentito alle donne di comunicare, sfruttando nuove tecnologie che hanno permesso loro di condividere esperienze, desideri e anche di organizzarsi per impegnare al meglio i loro talenti. Il mercato globale ha aperto delle “fette” di imprenditoria a donne che ne erano escluse e ha valorizzato il lavoro “femminile” prima sottovalutato.

Ovviamente, le donne che più hanno beneficiato dalla globalizzazione sono quelle che hanno avuto accesso a una formazione di qualità e che sono state formate in un ambiente internazionale. Ciò non significa necessariamente spostarsi all’estero: l’alta formazione potrebbe essere un’esperienza di “internationalization at home&rdquo